Il doppio legame che avvolge ogni donna

Il doppio legame che avvolge ogni donna

Tamar Pitch

– il Manifesto, 24.11.07 –

Mio padre diceva che, ai tempi, ogni tedesco aveva il suo
ebreo, quello buono e bravo che non doveva fare la fine degli altri. Allo
stesso modo, ogni uomo ha la sua donna: ma, in questo caso, insieme da
proteggere e ammazzare. E’ la figura del protettore delle prostitute quella che
meglio rappresenta il doppio legame che coinvolge ogni donna: almeno da quando
gli uomini sono diventati individui e lo stato si è costituito come garante
delle loro libertà, alle donne è stato detto, e noi lo abbiamo interiorizzato,
che l’esterno e gli sconosciuti sono il pericolo, che per attraversare il mondo
(la città…) abbiamo bisogno di uomini che ci proteggano. Allo stesso tempo, a
questi uomini è stata lasciata ampia libertà di violentarci, maltrattarci,
ammazzarci: dentro le sicure mura di casa, nel rifugio della famiglia. Del
resto così è costruito lo stupro. Per secoli (ma ancora adesso) lo stupro
indica il confine tra «noi» e «loro». «Noi» sposiamo, «loro» stuprano. Sono i
conflitti tra gli uomini a segnalare quando vi è stupro: per i bianchi i neri
sono gli stupratori, per i neri lo sono i bianchi, per i ricchi i poveri, per i
poveri i ricchi. Insomma, è il nemico che stupra e, viceversa, chi stupra è il
nemico.

 


In questa costruzione, di cui ampia traccia si trova nelle fattispecie di
reato, il conflitto ignorato è quello fondamentale, ossia quello tra gli uomini
e le donne. Lo stupro, la violenza contro le donne sono appannaggio degli
«altri» (uomini), ciò che legittima «noi» (uomini) a combatterli in nome e per
conto delle «nostre» donne. Dopo l’omicidio Reggiani, Roma è tappezzata di
manifesti firmati da un gruppo di estrema destra che dice pressappoco così:
volete lasciare che le nostre donne, nostra figlia, moglie, sorella facciano la
stessa fine? Dobbiamo mandarli via tutti.


Ma se le destre sono esplicite, non per questo sono le sole a pensare queste
cose. Tutti i discorsi e le politiche di sicurezza sono ciechi di fronte alla
differenza sessuale.
Tutti i discorsi e le politiche di sicurezza ignorano che i «cittadini» di cui
si proclama il diritto alla sicurezza, oltre che a venire in tutte le fogge , i
colori, le età, sono in primo luogo uomini e donne, e ciò che è «sicuro» per
gli uomini può non esserlo affatto per le donne, anzi.


A voler essere conseguenti con le politiche di sicurezza prevalenti, gli uomini
dalle città dovremmo cacciarli tutti, solo così avremmo una città davvero
sicura per le donne. E comunque la legittimazione di molte guerre (invasioni,
colonizzazioni), tra cui le ultime, non è diversa: «noi» (uomini civili)
combattiamo contro di «loro» (uomini barbari) per liberare le loro donne (oggi
dal burka, ieri dal sati). Così come non c’è niente di nuovo nello stupro
«etnico», una delle prerogative dei combattenti essendo sempre stata il
possesso e lo stupro delle donne del nemico.


Insomma, come si dovrebbe ben sapere, le donne sono oggetto di violenza in
primo luogo da parte dei propri uomini, meglio se conosciuti, anzi intimi; e
dentro le sicure mura di casa, più che fuori, in luoghi pubblici e oscuri. I
quali, peraltro, sono ancora considerati off limits per le donne, tanto che
quando qualcuna ci si avventura non è raro che le venga detto che è colpa sua
se le capita qualcosa. A meno che, ovviamente, non sia violentata o ammazzata
da qualcuno degli «altri».


Insegno a Perugia, luogo, pare, di perdizione, oggi su tutti i media (per
Meredith, non per Aldo Bianzino, arrestato per trenta piantine di canapa
indiana e ammazzato in carcere). Ho chiesto ai miei studenti quale, secondo
loro, tra l’assassinio di Giovanna Reggiani e quello di Meredith Kercher, fosse
il più «comune» (dal punto di vista dei luoghi e del rapporto tra vittima e
aggressori). Non solo mi hanno risposto il primo, hanno anche (alcune) detto
come si sentano insicure a girare per strada, e una ha detto che era
soprattutto per via dei «gruppi di extracomunitari» che stazionano in centro e
quando passano le ragazze fischiano e fanno apprezzamenti.


Niente di strano: tutte le ricerche sulla «paura della criminalità» indicano
come figure della paura urbana tossici, barboni, «extracomunitari», e certo
l’insicurezza ha molto a che fare con la perdita di familiarità di luoghi e
tempi. Niente di strano, perché mi ricordo bene quanto mi mettesse a disagio un
tempo incontrare gruppi di soldati in libera uscita, passare davanti a muratori
in pausa pranzo. Niente di strano, perché le quotidiane inciviltà cui le donne
sono soggette per strada (apprezzamenti volgari, mani morte, inseguimenti) ci
ribadiscono una sensazione di vulnerabilità profondamente interiorizzata, ci
dicono che siamo lì a nostro rischio e pericolo e sarebbe meglio se stessimo a
casa. Niente di strano, perché se abbiamo imparato bene o male come gestire i
maschi «nostri», non sappiamo invece che cosa dagli «altri» possa essere
interpretato come un invito, una sfida, una provocazione. Però, che fatica!


Oggi andiamo e vogliamo andare dappertutto, non accettiamo che a dettare orari
e luoghi leciti siano gli uomini. E tutto sommato le statistiche ci danno
ragione, veniamo, l’ho già detto, violentate, picchiate, ammazzate in casa piuttosto
che fuori. Però, che dispendio di energia è ancora necessario! E quanto ancora
subiamo il doppio legame, senza spesso che ce ne rendiamo conto (gli
«extracomunitari»…). «Io vado dove voglio e quando voglio», mi diceva una
sociologa milanese ad un dibattito. Da sola? Le ho chiesto. Con un uomo, mi ha
risposto lei.


La situazione è peggiorata? Mah, finora molto poco si sapeva di ciò che
succedeva alle donne a casa loro. Perdipiù, non solo gli uomini, ma anche le
donne ritenevano che molto di ciò che ora si chiama violenza di genere,
violenza contro le donne (perché non violenza maschile?) fosse legittimo e
giustificato. Oggi le donne sopportano meno, le case sono meno impenetrabili.
Forse, però, proprio il fatto che le donne sopportino meno, vogliano rispetto e
libertà, potrebbe essere uno degli elementi scatenanti la violenza da parte di
una mascolinità in crisi verticale, privata dei punti di riferimento
tradizionali, incapace di ricostruirsi diversamente.


Di indizi ce ne sono parecchi. Per esempio, la quantità di donne separate
perseguitate dagli ex-mariti, amanti, fidanzati. Ma anche certe rivendicazioni
(ahimé accolte!) come l’affidamento condiviso dei figli da parte delle
associazioni di padri separati: bisognerebbe leggere molte delle relazioni di
accompagnamento dei progetti di legge relativi. I padri separati vi riversano
un livore malamente mascherato da preoccupazioni per i figli «privati del
diritto ai due genitori» e da lamentele sul loro statuto di vittime impotenti
delle prevaricazioni di «matrione» arroganti.


Insomma, può darsi che sia vero, che la violenza maschile verso le donne sia in
aumento e che così cerchino di farci pagare il di più di libertà acquisito. Del
resto, certe leggi parlano un linguaggio non troppo diverso. La legge 40, per
esempio, trasuda diffidenza e paura delle donne e oltre che mettere a rischio
la loro salute dice che le donne (da sole, se non hanno un maschio accanto)
sono una minaccia per a) le cellule fecondate b) i figli in generale.
Dunque, la violenza maschile, le sue forme, la sua consistenza ci parlano di
nuovo del conflitto tra gli uomini e le donne, e dei problemi che hanno
moltissimi uomini oggi ad affrontare donne libere. Dunque, non è con la
sterilizzazione del territorio urbano che vi si può porre rimedio, la cacciata
degli «altri» (bensì intenti ad ammazzare prevalentemente le donne loro) e
conseguente autoassoluzione dei maschi «nostri» (italiani, di sinistra, mariti,
fidanzati, amanti). Certo, se le strade fossero illuminate meglio, le periferie
urbane meno degradate staremmo meglio non solo noi, ma tutti. Così come
staremmo meglio tutti se le città fossero più vivibili, i luoghi pubblici
frequentati, anzi se combattessimo la tendenza alla privatizzazione dei luoghi
pubblici, scuole comprese, e venisse adeguatamente agevolato ciò che
costituisce il bello delle città, la varietà e la diversità.


Ma la violenza maschile richiede altre misure. La prima è che venga
riconosciuta come tale e analizzata dagli uomini, senza alibi e scorciatoie.
Del resto, la violenza maschile fa problema non solo per le donne: anche gli
uomini ne sono vittime, solo che di solito loro stentano a riconoscerne la
natura sessuata.


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